Viaggio in Germania Est

di Andrea Cavalieri

Erano gli anni ’70 quando i Village People cantavano “Go west”, ma incastrati tra un Y e un MCA, nessuno se n’accorse. Quando la ripresero i Pet Shop Boys s’era fatto il 1993: fu un successo clamoroso. Insomma, vent’anni dopo, il tempo era maturo: il Muro s’era sgretolato e puntare all’Ovest era l’unica via.

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La mitica Trabant

Altri vent’anni, sono passati e come la storiografia insegna, è tempo di guardarsi indietro e tracciare qualche bilancio: che ne è rimasto di quell’est? Che fine hanno fatto le traballanti Trabant in plastica e i cetriolini sottaceto monomarca che tutti mangiavano in “Goodbye Lenin”?

Noi ce lo siamo chiesto, e siamo andati a cercare la risposta.

Berlino

Il punto di partenza non può che essere Berlino, la città dove tutto ha avuto inizio e fine per almeno due volte in questo secolo.

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Eppure, dalle sue realissime ceneri Berlino è sempre sgusciata fuori con una certa agilità latina più che tedesca, portandosi dietro le cicatrici naziste prima e socialiste poi,ma con la capacità di rifarsi il trucco grazie a colpi di archistar e postmodernismo. Proprio come direbbe Celentano, dove c’era un prato verde, prima c’era il Muro; e ora, dove c’era il Muro, c’è la spigolosa Potsdamer Platz di Renzo Piano e Helmut Jahn.

Della vecchia Alexander Platz è rimasta solo la Fernsehturm (Torre della TV), lo sconosciuto Castello della città potrebbe tornare a vivere a breve, e milioni di turisti affollano i checkpoint nei quali si passava solo uno per volta.

Tutto cambia velocemente a Berlino, insomma. Ma una passeggiata a Kreuzberg, il quartiere di frontiera dell’Ovest schifato dai tedeschi e conquistato dagli operai turchi, vi calerà in un tempo interrotto e vagamente magico: Kreuzberg è una miccia esplosiva di passato e futuro, di Bowie e kebab, di hippie e hipster, street art e sporcizia, il manifesto socialista e caleidoscopico della capitale tedesca che calamita a sé artisti e stramboidi da ogni parte del mondo.

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Dopo una partita allo Schwarzlicht minigolf (18 buche sotterranee e fosforescenti che piacerebbero a Ridley Scott), un döner da Mustafa’s – dove IL kebab è stato inventato – e un saluto di commiato al Tacheles (un centro artistico-sociale con cinema e atelièr condannato a diventare centro commerciale), è ora di rimettersi in viaggio verso l’Est più sconosciuto.

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Lipsia

Contrariamente alle aspettative, l’asfalto punta ad Ovest: direzione Lispia. Si lascia il Brandeburgo e si entra in Sassonia accolti da sterminate pianure gialle di colza, da laghi artificiali ricavati da cave di carbone esaurite e da tedeschi dell’est rigorosamente nudi che prendono il sole. Lipsia giace al centro di questa regione dei laghi dai nomi bizzarri (Zwenkauer See, Markkleeberger See, Cospudener See…), e nonostante sia uscita da un secolo dal giro delle città che contano, mantiene l’aria naturalmente nobile di chi la sa lunga e non ha bisogno di atteggiarsi per dimostrarlo. Goethe la chiamava amorevolmente la sua “piccola Parigi”, e quella stessa eleganza che è sopravvissuta ai bombardamenti alleati e che s’è ingrigita durante la dittatura socialista, la si ritrova subito passeggiando per la Karli, la strada principale che collega il centro alla Südvorstadt, con le sue facciate stuccate appena rimesse a nuovo.

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Molto più che a Berlino, qui si intuisce l’essenza della vita sotto la DDR, col suo incedere lento e cadenzato, cameratesco ma un po’ grigio. Ogni angolo parla di quei quarant’anni di separazione dall’Ovest: lungo il Ring, l’anello stradale che abbraccia il centro storico, i settantamila eroi della rivoluzione hanno sfilato contro il regime socialista per la prima volta, piazzandosi davanti alla sede della Stasi (il Ministero per la Sicurezza di Stato) per chiedere libertà, cambiamento, o almeno un socialismo dal volto buono.

Era la sera del 9 ottobre 1989, un lunedì. Il Muro durò solo altri trenta giorni. Oggi il palazzo del Runde Ecke (angolo rotondo) che ospitava gli uffici della Stasi, s’è trasformato in un interessante museo pieno di cimeli, documenti e marchingegni usati dalla polizia
segreta per spiare i propri compatrioti. L’ingresso è libero, ed è significativo in una città dove quasi metà della gente che incontri per strada ha spifferato gli affari altrui alla Stasi, ricavandone in cambio favori o note di merito.

Lo sforzo è quello di ricostruire, ricominciare senza dimenticare. I palazzi abbandonati che ancora puntellano come denti marci il sorriso di Lipsia vengono ristrutturati uno dopo l’altro, e interi quartieri una volta disagiati puntano

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a diventare la nuova Kreuzberg. E’ il caso di Plagwitz, un agglomerato di fabbriche e capannoni industriali falliti che si stanno evolvendo in direzioni intriganti e vitali. Il fulcro del quartiere è la Spinnerei, il più grande lanificio del mondo fino agli inizi del novecento; dopo il declino e l’abbandono degli ultimi 50 anni, è stato risanato, e ora ospita continuamente eventi, mostre, vernissage, dibattiti, cinema, atelièr privati e perfino una biblioteca.

Tutto ancora rigorosamente gratuito. Se non vi fate impressionare dall’idea di passeggiare in una sorta di Lager nazista, è un posto imperdibile!

 

Erfurt

Poi si può risalire a bordo della nostra Trabant e dopo una spintarella imboccare l’autostrada, nuovamente in direzione ovest. Si sbarca in Turingia, e una dopo l’altra si inanellano le perle dell’ex DDR tedesca, meno note delle grandi città ma diversamente affascinanti.

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E’ il caso di Erfurt, capitale del Land, città delle chiese e dei ponti. A contarli tutti, tra chiese e ponti, si arriverebbe a circa duecento. Noi ne suggeriamo giusto un paio: per l’architettura religiosa, da non perdere è il Domberg, la collinetta simbolo dellamedioevo come la “Roma della Turingia”.

città sulla quale sorgono affiancati il Duomo e la Chiesa di San Severo, entrambe in gotico tedesco. Per l’architettura civile, invece, calatevi nel centro storico medievale e bellissimo, passeggiate per le  case in pietra del Krämerbrücke (il più lungo ponte ricoperto di abitazioni in Europa) e mangiatevi un thuringer wurst (il più buono di Germania, dicono qui) nel Fischmarkt, la piazza dell’antico mercato del pesce, dove sarete circondati dai palazzi storici più belli e importanti della città.

 

Weimar

Se proprio non siete affamati, il thuringer wurst potete rimandarlo di una ventina di km, il tempo di arrivare a Weimar.

Più piccola ma più famosa di Erfurt, anche perché iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è nota per svariati motivi: qui hanno vissuto e discettato di grandi temi gli amici-nemici Goethe e Schiller; qui, nel 1919, è stata redatta la costituzione della Repubblica di Weimar (breve esperimento democratico nato dalle ceneri della prima guerra mondiale e bruciato dall’ascesa di Hitler), e ancora qui Gropius ha dato vita al movimento architettonico Bauhaus; infine, è l’unica città dove potete comprare una bustina di Gingko Biloba nel Museo del Gingko Biloba, l’erba medica che Goethe in persona portò dall’Est dopo uno dei suoi viaggi e di cui cantò le lodi in numerose poesie.

Di cose da vedere ce ne sono a bizzeffe, dalla Casa di Goethe al Bauhaus Museum, dallo Stadtschloss (il Castello della città, oggi museo, nelle cui stanze venne redatta la Costituzione della Repubblica di Weimar) al Parco di Goethe.

E il modo migliore per farlo è prendersi una cartina della città e vagare liberamente per i meandri del suo centro medievale, respirando l’aria nobile ed elegante delle sue case a graticcio e della piazza centrale, e magari condendo le tappe con una fetta di Zupfkuchen (una sorta di cheesecake con base di cioccolato) all’abbordabile prezzo di un euro.

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Ripartire da questo piccolo presepe dell’intelletto non sarà facile; l’aria che si respira qui è densa di pensiero, di storia, di dibattito, di musica e di cannella. Eppure, come spesso succede tra i confini teutonici, il meglio viene in qualche modo bilanciato dal peggio: ad appena 8 km da questo gioiello, ecco spuntare le mura del campo di concentramento nazista di Buchenwald, uno dei primi e dei più grandi in suolo tedesco.

Sebbene non fosse tecnicamente un campo di sterminio, qui sono morte più di 50mila persone, e oltre 200mila sono state smistate verso altri campi di lavoro o di sterminio. Il bosco limitrofo si guadagnò l’appellativo di “foresta cantante”, per via delle grida disperate causate dalla tortura preferita del sergente delle SS locali.

La chirurgica filosofia alla base del grande progetto nazista è scolpita su un cancello, racchiusa in tre parole:“Jedem das Seine”, ad ognuno ciò che merita. Ecco, per il buco nero che rappresenta nella storia umana, questo luogo merita una visita, e una sosta.

Dresda

Non sfuggirà poi la macabra ironia che lo lega alla meta finale del nostro viaggio: Dresda. Il contrappasso dantesco della storia è datato 13 e 14 febbraio 1945.

Durante quella notte, il cielo stranamente terso sopra Dresda favorì il più feroce bombardamento aereo di cui si abbia notizia; la città si svegliò rasa al suolo, soffocata dai 1500 gradi della “tempesta di fuoco” che non risparmiò nulla.

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La conta finale, anche qui, oscilla tra i 30 mila e i 250 mila morti. La strada che ci conduce verso la rinata “Firenze sull’Elba” è una linea retta che corre verso est,
e accarezza luoghi che in un modo o nell’altro sono incisi nella memoria non solo tedesca: tra i corridoi dell’Università di Jena è stato concepito il romanticismo, ad opera dei fratelli Schlegel, Viaggio in Germania Estdi Novalis, Fichte ed Hegel.

E sempre a proposito di romanticismo, a Zwickau è possibile visitare la casa del più grande compositore romantico tedesco, Robert Schumann, ma anche il fantastico Museo dell’Automobile, che raccoglie l’intera storia a pistoni della Germania: è qui che è nata l’Audi, ma anche e soprattutto la mitica Trabant, l’unica automobile che i tedeschi dell’est potevano permettersi.

E proprio a bordo della nostra Trabi in Duroplast, eccoci finalmente giungere sulle rive dell’Elba, nelle cui acque si specchia il fulgido barocco che caratterizza Dresda.

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Il colpo d’occhio dall’Augustusbrücke (il Ponte di Augusto) è di quelli da appuntarsi sulla moleskine da viaggio: l‘Altstadt (la città vecchia) si srotola come una cartolina perfetta lungo la sponda meridionale del fiume.

E’ tutta lì, la storia di Dresda: la Semperoper e appena accanto la Hofkirche, la cattedrale cattolica della città; si scorre ancora la cartolina ed ecco spuntare il pennone della Frauenkirche e di seguito il rococò dello Zwinger, dove una volta facevano feste i Reali e ora fanno mostra di sé molti capolavori della pittura europea. Eppure, quella che si percepisce non è solo una bellezza perfetta e fotografica.

C’è qualcosa di più: è il carattere di una città che mattone dopo mattone si è ricostruita, ha ricreato i suoi simboli dalle fondamenta per riappropriarsi della sua storia, e guardare al futuro.

Non a caso il monumento più amato dagli abitanti è la Frauenkirche, la luterana Chiesa della Nostra Signora, distrutta dall’incendio che seguì ai bombardamenti della RAF britannica: il governo della DDR scelse di lasciarlo in macerie, come monito della violenza della guerra. Ma nel ’90, dopo ben 45 anni, i cittadini uniti nel Ruf aus Dresden (l’appello di Dresda) organizzarono una raccolta fondi internazionale per finanziare la sua ricostruzione.

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Ci vollero quattro anni solo per catalogare le macerie, altri 15 per vederla rinascere. Era il 2005 quando venne nuovamente consacrata. I tempi erano cambiati, ed anche la nuova Frauenkirche era cambiata: da simbolo di divisione tra i popoli, era diventata simbolo della loro unione.

Si chiude qui un percorso affascinante da percorrere in auto pronti a scoprire i segreti di una zona dell’Europa ricca di storia e significato.

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