La Barcellona della crisi non perde il suo fascino

di Beatrice Verga

La Barcellona della crisi è quella dove passeggio lungo La Rambla e non vedo più le statue. Ordino un panino in un chiosco davanti a un supermercato, e fermo un poliziotto per chiedere delucidazioni sulla questione. Mi sento rispondere in un inglese spiccio che il problema sono i “pickpockets”. Troppa gente che si ferma a guardare quelli che sono stati per anni e anni uno simboli più famosi della capitale catalana.

La Barcellona della crisi è una città molto diversa da quella che ho visto per la prima volta cinque anni fa, quando, con la gioia dei vent’anni, mi approcciavo per la prima volta a una realtà di cui avevo sentito parlare da lavori artistici come Viva Zapatero di Sabrina Guzzanti, che dipingevano il miracolo sociale ed economico spagnolo a un’Italia che mostrava già evidenti segni di stanchezza culturale e finanziaria.

La differenza rispetto alla prima volta è che in questa occasione sono sola, e ho tutto il tempo per scoprire un lato di Barcellona che sono riuscita a conoscere soltanto dai giornali e dal web. Dopo aver percorso tutta La Rambla una volta, ripensando alle foto scattate cinque anni fa, mi addentro nel Barrio Gótico, e mi lascio investire dall’atmosfera decadente e creativa di questo quartiere, forse troppo trascurato da chi si reca nella capitale catalana per turismo balneare.

Le strade del quartiere più artistico di Barcellona hanno cambiato decisamente il volto in questi cinque anni: camminando per le strade che fiancheggiano il caos de La Rambla e dei turisti alla ricerca dell’ultimo souvenir sembra di vivere in un mondo parallelo. Si respira in ogni angolo l’effetto di una temperie economica che ha investito una realtà caratterizzata dall’entusiasmo, da una spensieratezza che aveva fatto il giro del mondo.

Gli scenari che vedo attorno a me sono davvero degni di uno shooting fotografico: i marciapiedi sono punteggiati da tavolini di bar dove si beve sangria e si mangiano tapas, e sulle teste dei turisti troneggiano cartelli con scritto “se alquila” in diverse dimensioni e altrettanto varie declinazioni di font. Il concetto però non cambia, ed è urlato in maniera estremamente efficace: questa città soffre, ma non vuole abbassare la testa. Vuole continuare a danzare e a essere un punto di riferimento per chi sceglie quella leggerezza interiore che non deve dimenticare i problemi del mondo, ma analizzarli con un’ottica molto più umana.

Continuo a camminare in questa realtà che sembra quasi composta da due mondi che corrono in maniera parallela, e arrivo al Raval. Questo distretto è un modo di vivere fin dal nome, che è stato “brandizzato” quasi a voler chiamare i turisti a riflettere sull’essenza profonda della città. Mi muovo sempre sotto le finestre di appartamenti sfitti, passo davanti a negozi vuoti, fino a quando mi fermo davanti al celeberrimo cartellone, dove è coniugato il verbo “ravalejar”, che vuole fermare per sempre nella mente dei visitatori quella che è una vera e propria forma mentale.

Il vento muove la carta attaccata al muro, e un ragazzo lo sfida con lo skate board. Io premo il tasto per scattare la foto a questa scena, pensando che davvero il cuore di Barcellona non ha smesso di battere, e che solo chi viaggia con la mente aperta può avere il coraggio di cercarlo, e continuare ad amarlo soprattutto in questi momenti difficili.

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